Siamo quel tipo di persone a cui piace parlare di quella nuova font che progettata a più mani sembra che evolva nel tempo, siamo di quelli che litigano su che musica mettere e che alla fine ne lasciano una in sottofondo e si infilano le cuffiette per sentire qualcos'altro. Visualizzare il progetto capire come interagirà con il pubblico, quanto il messaggio sarà frainteso, immaginarsi quanto non lo sarà. Sono tutte cose che succedono quotidianamente in uno studio che si occupa di progettazione visiva; tutte cose che capitano fino a che il progetto non diventa un esecutivo (parola temuta e sussurrata a mezza voce con riverenza e timore) e poi ancora un, come chiamarlo? artefatto. Ma si: artefatto. Una cosa fatta ad arte appunto. Fatta nel modo migliore possibile; che risponda a requisiti di semplicità e comprensibilità, che risolva un problema.
Capita:
Dobbiamo organizzare un festival di musica folk internazionale ci serve un'immagine che sia credibile per i nostri fund-raiser e che piaccia ai ragazzetti delle superiori. Ah, facciamo anche un bel sito luccicante e visto che ci siamo vorremmo fare una campagna pubblicitaria su quotidiani, riviste di settore, e bei poster, mi raccomando bei grossi poster accattivanti. Poi: magliette, merchandaising in generale, i pass per gli artisti, i programmi, una brochure istituzionale, e tutte quelle altre piccole cose che servono. Il festival inizia fra cinque settimane. La risposta dovrebbe essere: d'accordo bella idea buona fortuna e
ciao. Invece ci innamoriamo del
progetto e facendo i dovuti tagli allacampagna e all'ego degli organizzatori riusciamo con grande fatica a mettere in piedi la parte visiva e di comunicazione di un festival che, resta più o meno come quello che ci avevano proposto di curare. Facciamo nottate e ci ammazziamo di pizze e sigarette e alla fine in tempo per le cinque settimane tiriamo fuori il progetto che funziona, certo forse non è la prima idea, quella che scartiamo all'interno, forse non è neanche la seconda, quella che agli organizzatori e al direttore artistico del festival non piace, forse non è neanche la terza che è troppo strana per gli sponsor ma male che va alla quarta abbiamo fatto centro, piace a noi, agli organizzatori, al direttore artistico forse non agli sponsor ma tanto ormai hanno firmato i contratti. Folle, ma capita più spesso di quanto si pensi.
Il punto è nell'innamorarsi del progetto, nella voglia di sperimentare nuovi linguaggi. Quando si presenta l'occasione di potersi mettere alla prova con una commessa che lascia margini di libertà non c'è ostacolo che riesca a fermarci a provare in ogni caso a portare a termine il progetto, anche quando si vede lontano un miglio che potrebbe essere una fatica mitica. Ci ripetiamo a raffica: comunque vada sarà un successo. Non è (solo) masochismo è che il nostro lavoro si basa soprattutto sulle idee e il design ha una influenza importante perché è in grado di dar forma ai concetti culturali e comunicarli. Il suo ruolo si proietta tanto su questo ruolo attivo e critico all'interno della società come sul futuro
sviluppo della tecnologia. Il design grafico è la capacità di visualizzare idee, dare vita allo spazio, intuire proporzioni. È il risultato di una meticolosa osservazione dei dettagli. Il vero design grafico spinge l'osservatore a riflettere, spesso inconscientemente, sulla potente combinazione mondo-immagine e non c'è verso che la voglia di poter esplorare questa possibilità non prevalga su una razionale e più mesta rinuncia al progetto.
Ci piace pensarci, con le parole di Albe Steiner, come grafici non piú educati come artefici delle Arti, non piú indirizzati al progetto ispirato «al bel pezzo » come il pittore di cavalletto, non piú come il «designer» che attraverso il bell'oggetto conforta la società ammalata, non piú come uomo elegante, mondano, sorridente, scettico, egoista, narcisista, amante dei formalismi, «programmato», ma grafici che sentano responsabilmente il valore della comunicazione visiva come mezzo che contribuisce a cambiare in meglio le cose peggiori. Grafici modesti, lavoratori tra masse di gente semplice che ha il diritto di partecipare alla comunicazione, alla cultura, al sapere, alla gestione sociale. Grafici che sentano che la tecnica è un mezzo per trasmettere cultura e non strumento fine a se stesso per giustificare la sterilità del pensiero o peggio per sollecitare inutili bisogni, per continuare a progettare macchine, teorie, mostre, libri e oggetti inutili.



